Da ‘Non lo mangio’ a ‘Lo provo’...
…contenuti e foto dal seminario del 02 dicembre 2025
Il 2 dicembre si è svolto l’evento “Da ‘non lo mangio’ a ‘lo provo!’”, un importante appuntamento dedicato all’educazione alimentare e parte integrante del progetto Mangiando s’Impara, che La Romana porta avanti dal 2024 nelle scuole del Comune di Rieti.
Il seminario è stato tenuto dal professor Andrea Vania, Pediatra Nutrizionista di fama internazionale e dalla dottoressa Adele De Pascale, psicologa e psicoterapeuta specializzata in Psicoterapia Relazionale e Cognitivo-Comportamentale. L’incontro si è svolto presso la Sabina Food House di Rieti e ha visto la partecipazione di genitori e insegnanti dei bambini delle scuole di Rieti, oltre che degli studenti del corso di laurea in Dietistica dell’Università La Sapienza- Polo Universitario di Rieti.
Durante l’incontro, il professor Vania ha introdotto l’idea che il rifiuto del cibo nei bambini, non sia necessariamente un problema alimentare vero e proprio, ma spesso un test relazionale.
Quando il bambino dice “no”, in realtà sta verificando i confini:
“Fino a dove posso tirare la corda?”.
Se l’adulto cede immediatamente, il bambino impara che è lui a poter decidere l’esito del pasto. È meno un rischio e più una certezza — scherza il professore — perché i bambini sono abilissimi in questo tipo di “braccio di ferro”.
A questo punto è intervenuta la dottoressa De Pascale spiegando che, nella prima infanzia, i bambini tendono a scegliere i cibi “per colore”. Intorno ai 2-3 anni, molti evitano il verde e preferiscono colori più vivaci come il rosso o il giallo: è una fase naturale.
Tutto cambia tra i 4 e i 5 anni, quando inizia una maggiore spinta all’esplorazione. Ma questo accade solo se fino a quel momento il bambino è stato incoraggiato a scoprire e ad assaggiare
La dottoressa ha sottolineato anche che se un bambino, per un periodo, mangia quasi esclusivamente “pasta rossa”, non è un problema. La questione va letta con più
profondità: se il bambino rifiuta, per esempio, il ragù di verdure alla mensa scolastica, la domanda da porsi è un’altra:
“Ma a casa i genitori mangiano le verdure?”
Perché se alcuni alimenti non vengono mai proposti o normalizzati nell’ambiente familiare, è difficile che il bambino li accetti spontaneamente a scuola.
Il professor Vania ha confermato:
l’educazione alimentare comincia a casa, con ciò che vede e vive ogni giorno. I bambini imitano, non eseguono regole astratte.
La dottoressa De Pascale ha proposto una riflessione ampia:
l’alimentazione è il fil rouge che attraversa tutta la vita, sin dalla fase intrauterina. Non è qualcosa che riguarda solo i pasti: è parte dell’esperienza globale di crescita.
Il professor Vania ha approfondito il tema del “braccio di ferro”: evitare di ingaggiare battaglie a tavola è fondamentale. I bambini, ha spiegato il professor Vania, hanno le “batterie Duracell”: una riserva inesauribile di energia che permette loro di sostenere a lungo qualsiasi braccio di ferro. Gli adulti, invece, hanno le “Varta”… spesso già scariche.
Per questo entrare in conflitto a tavola significa partire svantaggiati: molto meglio costruire un clima sereno, coerente e non competitivo attorno al cibo, dove non serva mai lottare per far mangiare il bambino.
Il professor Vania ha dialogato poi con gli studenti in sala ponendo una domanda pratica: quanti assaggi vanno proposti a un bambino perché possa accettare un nuovo alimento?
La letteratura, spiega, è ampia e non sempre concorde, ma una buona indicazione è questa: 10–15 assaggi, distribuiti nel tempo. E aggiunge un chiarimento importante: “Le zucchine lesse e le zucchine al pomodoro non sono la stessa cosa: ciascuna va considerata come un alimento diverso… e quindi ciascuna richiede i suoi 15 assaggi.”
Da qui la sua conclusione: non bisogna insistere, ma proporre con regolarità.
Se il bambino accetta, bene.
Se rifiuta, va bene lo stesso: la scelta di non mangiare non comporta alcuna tragedia.
A questo punto è intervenuta la dottoressa De Pascale ribadendo un concetto fondamentale:
se il bambino sceglie di non mangiare, non va compensato con un biscotto, uno snack o un “piano B” più goloso. Così si confermerebbe che rifiutare il pasto “vero” porta a una ricompensa, compromettendo il percorso di educazione alimentare.
La dottoressa De Pascale ha introdotto poi un aspetto neuroscientifico molto interessante: l’influenza dei neuroni specchio. Ha spiegato che, se un genitore propone un assaggio mostrando disgusto — anche solo con un’espressione del viso involontaria — il bambino non percepisce semplicemente la mimica: il suo cervello, attraverso i neuroni specchio, “registra” e riproduce quella stessa emozione.
In pratica, i neuroni del bambino si attivano come se quell’emozione fosse propria: se il genitore prova disgusto, il bambino finisce per provarlo a sua volta, anche senza aver mai assaggiato il cibo.
Un altro modo efficace per favorire l’assaggio è attivare i “radar” del bambino. Come si suol dire – ha esordito la Dott.ssa De Pascale – “Bisogna parlare alla nuora
perché la suocera intenda”: a tavola, rivolgersi a un altro genitore o a un familiare e commentare con naturalezza “Com’è buono questo piatto!” o “Che profumo delizioso”.
I bambini, infatti, hanno radar finissimi e captano tutto (anche quando non sembra!): ciò che sentono dire agli adulti può incoraggiarli molto più di un invito diretto rivolto a loro.
In definitiva, dal confronto emergono alcuni principi chiave dell’educazione alimentare: il rifiuto del cibo non va interpretato come un problema immediato, ma come una fase di esplorazione e di relazione, un modo attraverso cui il bambino verifica limiti e coerenza degli adulti. Per questo è essenziale evitare il “braccio di ferro”: i bambini hanno energie inesauribili e trasformare il pasto in una battaglia significa iniziare da una posizione svantaggiata.
Ciò che conta davvero è offrire un alimento più volte, con calma e senza aspettative, permette al bambino di familiarizzare: servono anche 10–15 assaggi perché un gusto venga accettato, e ogni preparazione è un’esperienza nuova. Parallelamente, è fondamentale non sostituire il pasto rifiutato con alternative più golose, per non creare un’associazione sbagliata tra rifiuto e premio.
Un ruolo centrale lo gioca anche l’adulto come modello. Non solo perché i bambini imitano ciò che vedono a casa, ma perché, i neuroni specchio fanno sì che il bambino “assorba” le emozioni del genitore: se un alimento viene proposto con disgusto, timore o esitazione, il piccolo percepirà e adotterà la stessa reazione.
Questo significa che il modo in cui l’adulto presenta un alimento è determinante: non solo per ciò che dice, ma soprattutto per ciò che comunica attraverso le emozioni e il corpo.
Inoltre, è emerso un punto fondamentale: i bambini vanno stimolati alla curiosità a tutti i livelli (non solo nel cibo). Infatti, l’iperprotezione limita la curiosità dei bambini nella vita quotidiana: se non vengono lasciati sperimentare, osservare, toccare e provare nelle piccole cose di ogni giorno, non ci si può aspettare che siano curiosi a tavola. La curiosità verso il cibo nasce dalla stessa attitudine che si coltiva nella vita.
Infine, un messaggio rassicurante: i gusti dei bambini cambiano. Ciò che oggi rifiutano, domani potrebbe diventare accettabile o addirittura gradito. L’obiettivo non è far mangiare “tutto e subito”, ma costruire un rapporto positivo, curioso e flessibile con il cibo lungo l’intero percorso di crescita.
Per chi non ha potuto partecipare, è possibile rivedere la diretta sul nostro canale YouTube.
Invitiamo inoltre a seguirci per restare aggiornati sui prossimi appuntamenti.
La registrazione dell’evento è disponibile al seguente link:





